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Secondo alcuni siti specializzati, i Paesi emergenti stanno liquidando parte delle riserve auree per liquidare posizioni bancarie in sofferenza. La dedollarizzazione, ossia la tendenza innescata dalle banche centrali di alcuni Paesi, per convertire riserve monetarie dell’inflazionato dollaro americano, ha creato uno shock di liquidità. Liquidità che viene recuperata secondo lo schema del dollaro per oro contro rublo per esempio, serve a ridurre l’inflazione ed avere una moneta di scambio per i pagamenti esteri e gli scambi commerciali.
Il terzo trimestre dell’anno ha visto una diminuzione degli acquisti oro di Paesi come Russia, Cina, India e Sudfrica. L’ascesa commerciale dei BRICS, forma un contingente valutario contro lo strapotere del dollaro come moneta di scambio. Ora questi Paesi preferiscono una moneta come lo yuan, di sicuro una moneta meno inflazionata per via della grandezza del mercato in cui rientra, della variegata popolazione cinese e del nuovo impulso economico globale che vede la Cina e la Russia come due colossi ricchi di materie prime accessibili e “giovani”.

Il prezzo dell’oro quindi è sceso dai 140 euro del giugno scorso ai 110 euro del Q3, in particolare per la quantità di oro scambiato, in diminuzione. Ma ciò toglie che dal 5 settembre 2025, ha registrato circa un 30% di rendimento, quotato da 95 a 125 euro per grammo, passando per il record di 148 del 27 gennaio di quest’anno. La corsa alle materie prime infine, promette rialzi dovuti anche al secondo round della guerra economica tra Ucraina e Russia, a suon di droni e armi tattiche, nelle zone industriali avanzate.
MATERIE PRIME
Da dove parte questa diatriba odierna è noto. Era il lontano aprile 2002 e Frontiere, Rai Uno, metteva in onda un bellissimo quanto tetro reportage di Duilio Giammaria, intitolato “L’oro del Caspio”. Naturalmente si parlava di petrolio, interessi delle multinazionali, di materie prime funzionali all’economia del territorio. Oggi l’aumento dei prezzi delle materie prime è frutto delle scelte politiche di quel tempo e degli anni a venire.
Kazakistan e rive del Mar Caspio 1999. Nell’amministrazione della Casa Bianca, Joe Biden era senatore e presidente della Commissione Relazioni Estere del Senato, ha lavorato con Colin Powell su diversi dossier diplomatici e decisioni di politica estera (inclusa la gestione del periodo successivo agli attacchi dell’11 settembre 2001). La risposta degli Stati Uniti fu netta: quel posto genera pericoli e noi dobbiamo assolutamente controllarlo.

La caduta del blocco sovietico e l’allora nascente “Federazione Russa“, lasciò quella zona alla mercé dei militari dette “forze di pace”. I soldi stanziati dai Paesi Occidentali per favorire la crescita post comunista venivano deviati presso i governi corrotti dell’est che introdussero lo sfruttamento “condiviso” delle materie prime di quel territorio. Oggi parliamo di un mondo completamente diverso che porta la matrice del progresso nella linea russo-kazako-cinese.
CONSOLIDAMENTO INTERNAZIONALE
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E’ previsto quindi un consolidamento del prezzo delle materie prime, con una costante tensione dovuta alla crisi geopolitica in atto. L’accordo di tregua commerciale firmato tra Trump e Komenei nello scenario mondiale dello stretto di Hormuz sancisce parzialmente una vittoria dell’Iran che avrà la possibilità di gestire gran parte dei passaggi. Il controllo sulle materie prime rimane comunque un incognita, sia per il volume di utilizzo dei Paesi, sia per la trasformazione “ecologica” in atto, che sarà sempre più implementata.
Per tal motivo pare che il prezzo dell’oro, anche se andiamo verso una stabilizzazione del prezzo del petrolio, potrebbe avere degli aumenti importanti dovuti proprio alle motivazioni di cui sopra. L’esigenza di liquidità potrebbe portare a grosse vendite e un ulteriore aumento del prezzo dell’oro per via una domanda decisa che potrebbe ripartire intorno al novembre del 2026. Staremo a vedere!
Luca Clemente

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